lunedì, 28 luglio 2008,15:02

pistoriusOskar Pistorius è un esempio di eccezionalità "per scelta", nonostante qualche oscurantista vorrebbe negare l'evidenza. Oskar è un atleta, un quattrocentista, un campione con un solo piccolo, fastidioso difetto: gli mancano le gambe dall'età di undici mesi, a causa di una grave malformazione. I suoi genitori, in un Sudafrica dalle mille contraddizioni, hanno creduto che fosse giusto far crescere Oskar senza complessi e gli hanno fatto fare sport "con le protesi", lo hanno spedito su un campo da rugby a conoscere il mondo e le sue regole, ad infortunarsi, a sputare sangue come e più dei suoi coetanei.

Oskar ha fatto il resto, "niccianamente", mettendoci la volontà, la forza d'animo, il coraggio, l'indifferenza di fronte alle difficoltà e alle derisioni. E' l'uomo, cari amici che lo vorreste davanti alla tivvù a guardare le olimpiadi, che ha piegato la macchina, la tecnica, le leggi materiali alla propria realizzazione fisica, morale e spirituale.

Oskar è la macchina futurista, lanciata a folle velocità verso il futuro, più veloce dell'ipocrisia di chi applaude l'ennesimo spagnolo probabilmente dopato in vetta al Tour de France "sino a prova contraria"...

Sino a prova contraria Oskar è più veloce dei suoi coetanei che utilizzano le protesi perchè le ha usate da subito, perchè ha voluto, sempre voluto, fortissimamente voluto essere normale; fino a prova contraria, visto che le orecchie di chi scrive hanno sentito molte idiozie, le protesi che ti avvantaggiano in rettilineo, ti danneggiano drammaticamente in partenza e in curva... ma che importa? 

Che scandalo. Eppure lo sguardo cristallino di questo ragazzo dovrebbe insegnare qualcosa ai rivoluzionari che credono nell'ineluttabilità e nell'intangibilità del destino: Dio non ha dato le gambe a Pistorius, ma Oskar poteva scegliere cosa fare della propria vita e lo ha fatto, senza piangersi addosso, senza sentirsi un peso nè per la sua famiglia nè per la società. Tu chiamale, se vuoi, Onore e Fierezza.

Oskar non è un fenomeno da baraccone, proprio no. Fatevene una ragione.

Oskar è il coraggio di vivere contrapposto al "lasciarsi vivere", è la sublimazione dello sport "pulito" contrapposto a quello nel quale, ad alti e medi livelli, tutti cercano il modo per non farsi beccare quando barano, per nascondere eritropoietine ed ormoni della crescita, anabolizzanti e stimolanti. 

Oskar ha amato tanto la vita da curare il proprio corpo attraverso lo sport e l'attività fisica, migliorandolo e preservandolo, proprio quando gli "atleti di alto livello", quelli normodotati, hanno annichilito se stessi e i propri corpi avvelenandoli e deformandoli spesso irrimediabilmente.

Il mondo dello sport, quello multimiliardario e scintillante delle notti olimpiche, non ha battuto ciglio per i costumi ipertecnologici che ti danno qualche centesimo, un'eternità, di vantaggio sugli avversari. Perchè non proibirli?  

"Certo, gli altri atleti non corrono con strumenti meccanici. Ma, restando ancora da dimostrare che questi diano un vantaggio ad un atleta che non ha le gambe, qualora lo dessero è più importante decidere chi arriva primo al traguardo o favorire uno sport che vince i limiti della natura, esaltando l'umano, la possenza fisica, l'indomita volontà...?" (Zenit, il senso etico dello sport).

Già. In alto i cuori, Oskar.

Non ci faremo un manifesto, ma resti Eccezionale "per scelta"...

lunedì, 07 luglio 2008,10:13

ombreChiudete gli occhi e, se siete di sinistra, immaginate il vostro peggiore incubo: il Berlusca magistrato, con la toga, con l'ermellino, amministratore della Giustizia. Immaginatelo alle prese con i mafiosi, gli stragisti, i signori del male. Facile, direte.

Abolito il carcere duro, cancellata l'associazione mafiosa, disintegrato il 41 bis... già, già... e via con i titoloni dei quotidiani, della stampa democratica, dei giornalai morbosamente appesi a quell'ultima intercettazione. L'avevamo detto.

Poi vi risvegliate e scoprite che l'incubo vi rimane addosso, incollato alla pelle come una sensazione sgradevole che fatica ad andare via, solo che il Berlusca non c'entra nulla. I magistrati, proprio loro, la corporazione più potente della Nazione, hanno deciso in alcuni casi di applicare "con allegria" il 41bis, scarcerando boss, mafiosi, stragisti e riportandoli a un regime di carcerazione "normale".

Cercate i titoloni sui giornali? Non li troverete, mica stiamo parlando di Berlusconi! Neppure uno scandaletto, così, tanto per gradire? Qualche smorfia, qualche mugugno, persino un sussurro di Giancarlo Caselli, uno che quando apre bocca, di norma, lancia messaggi trasversali alla Nazione e alla Corporazione: "in questi anni il 41bis è stato progressivamente indebolito", che ci volete fare?

Rewind. I governi di centro destra, ma anche quelli di centro-sinistra, hanno puntualmente confermato in Parlamento le norme sul "carcere duro" per i mafiosi, rendendole sempre più restrittive e facilitandone l'applicazione, come fra l'altro previsto anche nel pacchetto-sicurezza di Alfano, varato dal Governo a Napoli. Senza esitazione, senza omissioni, nella consapevolezza che il patto con gli Italiani si fonda anche sull'intransigenza nei confronti di un fenomeno radicato e profondamente legato alla storia italiana, trattato in alcuni anni con sufficenza e leggerezza "criminali". 

E allora? Dove sta l'inghippo? Difficile capirlo, anche se la tentazione sarebbe quella di pensar male. Quelli come noi, però, non vivono nell'ansia della magistratura politicizzata, dei complotti delle toghe, dell'attacco al cuore dello Stato: quindi preferiremmo non credere che ci possa essere "qualcuno" che preferisca il Grand Hotel Ucciardone con lo champagne e il caviale al carcere duro. Preferiremmo continuare a credere che la memoria di Falcone e Borsellino non venga utilizzata come paravento dietro cui nascondere simpatie e antipatie, amici e nemici, buoni e cattivi. Giovanni e Paolo appartengono alla memoria collettiva di questa Nazione e i loro provvedimenti, la loro impostazione sulla lotta alla criminalità mafiosa è patrimonio del sistema politico e giudiziario italiano.

Insinuare negli Italiani il sospetto, anche solo quello, che possa esistere un nesso fra gli annullamenti del 41bis e le leggi "blocca-processi" o gli scudi spaziali per le alte cariche dello Stato, è passibile dell'incriminazione per favoreggiamento e concorso esterno in associazione mafiosa.

Li tengano dentro, a tripla e quadrupla mandata, come consentono le leggi, perchè la vera lotta alla mafia non è barattabile con i conflitti istituzionali o lo scontro armato fra politica e magistratura.

Li tengano dentro e poi protestino per l'uso "disinvolto" della Giustizia, per il Berlusca ossessionato dai magistrati, per la lentezza del sistema.

Il 19 Luglio porteremo un fiore sulla bara di Paolo Borsellino e lo ringrazieremo per quello che ha fatto e per come lo ha fatto: con coraggio, con fierezza e con senso della misura.

Quando Paolo ha voluto sfidare lo Stato, quello che ancora considerava la mafia un fenomeno da baraccone, si è rinchiuso insieme a Giovanni Falcone in un carcere per scrivere gli atti del maxi-processo, ha lavorato duramente per arrivare al dibattimento, al processo e alle condanne, senza cadere nella tentazione di trasformare la propria missione in un autoreferenziale strumento di potere.

Paolo ha contribuito a scrivere un pezzo di storia d'Italia, la migliore, la più pura. Avrebbe dato la vita in qualsiasi momento pur di vedere i mafiosi rinchiusi per sempre in una cella, impossibilitati a dare ordini attraverso i loro avvocati, i parenti, i secondini. E lo ha fatto.