
Roma, Roma, Roma... unico grande amore. La Capitale. De Rossi, virgulto del centrocampo giallorosso, non trova di meglio da dire ai giornalisti sugli incidenti prima di Roma - Catania che un laconico: "Andiamoci piano, stiamo parlando de Roma, de a Capitale". E passi De Rossi, si può capire, studia da Pupone...
Eppure, eppure mentre ti arrivano le telefonate degli amici che ti raccontano cosa è successo guardi la tivvù e cerchi di comprendere. Italia1, RaiDue e tutto il cucuzzaro della bella televisione si affrettano a spaccare il capello in otto: coltellate? No, "puncicate", come le ha definite allegramente il Prefetto Serra, quello che si è fatto assaltare le caserme dagli ultrà. So' ragazzi... "leggere coltellate", abbiamo letto e sentito; leggere, proprio così. Una, leggerissima come una piuma, ha sfiorato un polmone di un catanese. Mino Taveri, esimio collega del sottoscritto, si comporta come un bambino dell'asilo a cui hanno fregato il panino con la mortadella... "E vabbè, dispiace dirlo, ma succedono sempre queste cose quando ci sono di mezzo i catanesi..." e uffa!
I Catanesi. Trenta accoltellati (di varie città e fedi calcistiche) a Roma, dai romanisti, dalll'inizio della stagione. Taveri, ma ci sei o ci fai? Lasciamo accesa la tivvù, chissà, forse Controcampo... Peggio che andar di notte. Alle 19 e 17, quando la prognosi di uno dei tre parla di venti giorni per una coltellata che ha sfiorato (ma leggermente...) il polmone, finalmente qualcuno ammette che saranno stati i romanisti e che, porca miseria, si tratta di gesti "esecrabili". Dulcis in fundo, la Domenica Sportiva. Pulvirenti, pensate un po', si lamenta di tutti questi accoltellati e ... apriti cielo! Fomentatore di violenza, provocatore, immemore Presidente della squadra della città con tutte le colpe ataviche dell'umanità: bravi presentatori e commentatori si esercitano nel florilegio dei luoghi comuni sui meridionali "piagnoni", cerchiobottisti e anche un po' rompiballe.
Spegniamo la tivvù. Perchè? Perchè Roma è la Capitale. Dei vizi e delle virtù. Perchè il giornalismo sportivo, purtroppo, è asservito alle logiche del potere e Roma e Milano sono il potere. Perchè il giornalismo catanese, sportivo e non, è talmente marginale da sembrare una caricatura della professione bella e nobile che vorrebbe imitare. Marginale, violentemente marginale, orrendamente marginale.
A meno che, a meno che per giornalisti catanesi (di un certo livello...) non si intendano quelli che sulla carta d'identità hanno scritto "nato a Catania". Che Iddio li abbia in gloria! Fuggiti da Catania per cercar fortuna altrove l'hanno trovata, beati loro, e adesso vivono la loro catanesità quasi come uno scherzo anagrafico. Faremo a meno della loro solidarietà, qualora avessero pensato di esprimerla. Figuriamoci.
Dove risiede la Voce del Padrone? Dove scorrono i fiumi tintillanti dei soldini di contratti milionari che il povero praticante di periferia si sogna? A Roma e a Milano. Che ci lamentiamo a fare? Speriamo solo che la prossima "lieve" coltellata non tocchi a noi....
(...) presto vieni qui ma su non fare cosi'
ma non li vedi quanti altri bambini
che sono tutti come te
che stanno in fila per tre
che sono bravi e che non piangono mai
e' il primo giorno pero'
domani ti abituerai
e ti sembrera' una cosa normale
fare la fila per tre
risponder sempre di si
e comportarti da persona civile (...)
E. Bennato
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Quando i poliziotti entrano nel casolare che nasconde Bernardo Provenzano un brivido corre lungo la schiena. E' un film, per carità, ma chi ha vissuto e vive la Sicilia nella sua stramaledetta ambiguità non può non aver avuto voglia persino di piangere. E' un film, per carità, ma la mafia di Provenzano, antica ed evoluta, modernizzatrice e "pacifista", rappresenta in maniera plastica un fenomeno che nessuno come chi vive in Sicilia può davvero comprendere. Provenzano era un fantasma. Pallido e sofferente, ma pur sempre il Capo indiscusso. Appalti e grandi affari come ossessione principale del Corleonese che non voleva le stragi di Capaci e Via D'Amelio. Aveva capito tutto: lo Stato non si combatte, si compera, come nella migliore tradizione di Cosa Nostra. L'importante è non macchiare le strade di sangue, così nessuno si accorgerà degli affari che continuano a proliferare. Affari. Controllo del territorio e colletti bianchi, mafiosi infiltrati nella Pubblica Amministrazione, nella politica, nell'imprenditoria, affannati e affamati, "puliti" nella loro immonda sconcezza. Libera nos domine. Liberaci dai Provenzano, dai Marino Mannoia, dai Lo Piccolo; ma liberaci, soprattutto, dai tanti gnomi che si sentono giganti, dai burocrati che chiudono un occhio, dai funzionari che firmano su commissione, dai politici che "in Sicilia il confine fra legale e illegale è labile", dai medici che per fare carriera accarezzano il demonio, dai faccendieri che mendicano denaro e posti al sole in cambio di "protezione". Liberaci per sempre e liberiamoci per sempre.
Ecomafie, eco-illogici ministri, ecodisastro. Napoli, terzo millennio, le sue periferie sventrate dall'eruzione di un vulcano ben più potente del Vesuvio. Cammini per la città e la marcia di avvicinamento a Pianura, epicentro del "sisma monnezza", somiglia alle immagini dei film catastrofici, in stile "Day After"... Fumo, barricate, quintali e quintali di rifiuti, camionette della polizia, dei Carabinieri, della Guardia di Finanza, dell'Esercito. Elicotteri e teleobiettivi... 






